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Cronache del Wanderer - n°148: Berlino 2008 (Vittorio Mascherpa)

Come già ben noto, le tre serate berlinesi d'Abbado e Pollini, sloggiate dalla Philharmonie per temporanea inagibilità, sono state convertite in un'apertura anticipata di stagione nell'enorme teatro "greco" della Waldbühne, costruita nel 1936 a fianco dell'Olympiastadion, e ricostruita nei late Sixties dopo che il mitico "concerto" berlinese dei Rolling Stones era stato coronato, nell'estate del 1965, dalla quasi totale distruzione di essa.
Un'unica serata sostitutiva delle tre previste ha avuto luogo sabato 25 nel tardo pomeriggio; immutato il programma, con il Quarto concerto di Beethoven e il Te Deum di Berlioz.

Di possibilità di sentire senza una robusta amplificazione il concerto nell'ampia cavea capace di circa 20.000 spettatori, nemmeno da parlarne: in qualità di possessore d'un biglietto per la Philharmonie, ho potuto sedermi, con altri notissimi Abbadiani Itineranti, in una delle prime file della gradinata centrale, ma anche dov'ero il suono dell'accordatura degli strumenti fu quasi impercettibile. L'orchestra, e poi la parte adulta dei quasi seicento coristi (due cori professionali e sette cori giovanili), erano collocate sotto un tendone a tensostruttura, che evidentemente consentiva agli esecutori di sentirsi l'un l'altro; quindi, non m'è parsa necessaria una captazione del suono molto suddivisa, con decine di mirofoni distribuiti in orchestra, come del resto (e, a mio parere, purtroppo) è oggi prassi comune per le trasmissioni e le registrazioni. Il mixaggio e la canalizzazione in uscita non mi pare possibile dirli ottimali, specie in Beethoven, quando improvvise "trasmigrazioni" del suono da una parte all'altra del tendone risucivano tutt'altro che gradevoli. Migliore, invece, la "materializzazione" del pianoforte al centro dello spazio acustico virtuale, anche se ottenuta, probabilmente, a prezzo di quel che ho notato sopra. Da aggiungersi, sempre in Beethoven, qualche distorsione d'altezza, che poi non ho piú percepito nel grande calderone berlioziano.

Cionondimeno, l'impressione che ho avuto dal Quarto è stata quella d'un'esecuzione eccellente, con un senso di serenità e di gioco, anche se soffusi d'una meditatività quasi brahmsiana, che da qualche anno è piú frequente nelle collaborazioni di Pollini con Abbado. A furia d'ascoltarla, e probabilmente grazie ad esecuzioni sempre piú riuscite, sto cominciando a trovare bella anche la cadenza "difficile" che Pollini esegue sempre nel primo movimento, anche se la mia predilezione continua ad andare a quella meno impervia e, per cosí dire, pre-chopiniana che il disco di Rubinstein mi scolpí per sempre in testa quand'avevo quattordici anni...
Facilmente riconoscibile, anche se la bombola di GPL era coperta da un vistoso panno nero, la stufetta a gas disposta non lontano dal pianista per prevenirne un possibile raffreddamento durante l'esecuzione (fu rimossa durante l'intervallo).

Paradossalmente, un pezzo intrinsecamente poco adatto per un'esecuzione all'aperto come il Quarto di Beethoven (anche se ne ricordo, nel lontano 1976, un caso nel giardino di Villa Durazzo a Santa, con un giovanissimo Massimiliano Damerini e l'orchestra dell'allora "E.A. Teatro comunale dell'Opera di Genova"), ha lasciato, non soltanto a me, un'impressione di minore spaesamento rispetto alla sala da concerto di quanto non sia poi avvenuto con il Te Deum. Durante questo pezzo, che schierava, secondo i numeri del »Berliner Tagesspiegel«, 120 orchestrali e 570 coristi (altre fonti rincarano le dosi), è andata completamente persa ogni possibilità d'allontare tra di loro e di distribuire in verticale i diversi cori giovanili, soluzione che sarebbe stata resa possibile dalla particolare struttura della Philharmonie e che Abbado aveva sfruttato magnificamente nelle esecuzioni concertanti di Parsifal nell'autunno 2001. Viste le circostanze dell'esecuzione, che le sbavature negli attacchi siano state pochissime, e quasi impercettibili, ha del miracoloso, e questo dimostra ancora una volta la straordinaria tecnica direttoriale del maestro arabo-siculo; ma il pezzo, nei suoi 45 minuti rapidamente trascorsi, m'ha lasciato poco piú che il rimpianto per la sede esecutiva impropria. Non molto ricca d'invenzione melodica, la composizione di Berlioz, che non conoscevo, m'è sembrata essere, oltre che un brillante tour de force di tecnica compositiva, un complesso esperimento acustico: un'esecuzione nella Waldbühne non è stata di certo l'occasione migliore per apprezzarlo. Taccio dell'organo (a tre tastiere) con uscite puramente elettroniche, mixate con i segnali provenienti dai microfoni distribuiti in orchestra e tra i cori e convogliate ai radiatori acustici: nessuno dei suoi interventi ha mai avuto quell'effetto "pieno di segreto" detto da Berlioz nella sua lettera a Liszt sulla prima esecuzione del lavoro. Taccio della perdita delle altre possibilità "spaziali" offerte dalla posizione elevata e laterale del grande organo della Philharmonie.

Sentirò nei prossimi giorni la registrazione della trasmissione radiofonica in diretta: spero che renda migliore ragione all'impegno e alla disponibilità degli artisti coinvolti in questa particolare esecuzione. Chissà se all'inizio del Te Deum, nelle pause tra i primi tutti e l'organo, vi si sentono anche i due felini simultaneamente impegnati anche loro a lodar Dio nel folto del bosco!


Data creazione : 28/05/2008 @ 21:18
Ultima modifica : 14/08/2010 @ 20:02
Categoria : Cronache del Wanderer
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