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Che furia Benigni con Abbado,ma è sempre il solito sketch (ANDREA SCANZI) BOLOGNA Hector Berlioz l’aveva scritta per manifestare somma gratitudine a Napoleone III. Non fu una grande idea, l’opera si rivelò troppo ambiziosa (poté eseguirla solo una volta) e il suo imperatore non ebbe un futuro sfolgorante. Sono passati più di 150 anni e ancora adesso, a dispetto delle apparenze, il suo Te Deum ha una valenza politica. Mentre l’opposizione scende in piazza e gli studenti sognano un nuovo e al tempo stesso diverso Sessantotto, il grande direttore d’orchestra Claudio Abbado ha accolto l’idea di Luigi Berlinguer, oggi presidente del Comitato Nazionale per l’apprendimento della musica nelle scuole e ieri ideatore di una non poco discussa riforma universitaria. Ne è nata una festa in due atti. Più ancora, un modo per dire che l’istruzione può funzionare, perfino in Italia. Non una Chiesa, come voleva Berlioz; non un teatro, «il» luogo di Abbado. Il super-concerto è andato in scena al Paladozza di Bologna, davanti a 4mila persone. Abbado ha diretto 930 esecutori: 623 voci bianche (selezionate all’interno di 40 scuole dell’Emilia Romana), 150 coristi e 157 strumentisti. L’effetto visivo era imponente, con i coristi in alto, disposti a semicerchio e di nero vestiti, sopra le tre orchestre: l’abbadiana Mozart, l’orchestra giovanile di Fiesole e la Cherubini di Riccardo Muti, il grande «avversario» di Abbado. Un po’ come se, un bel giorno, i Rolling Stones avessero deciso di sostituire Keith Richard con Paul McCartney (o viceversa).L’esecuzione del Te Deum, salutata da dieci minuti di applausi, ha finito con l’oscurare la prima parte dello spettacolo, teoricamente più mediatica e meno «impegnativa»: l’esecuzione di Pierino e il lupo di Sergej Prokof’ev, con Roberto Benigni voce narrante. Era già successo una volta, 18 anni fa a Ferrara, ma tutto o quasi è cambiato; nel 1990 non c’erano tigri da aspettare sotto la neve, Pinocchi da fraintendere e - soprattutto - il cordone ombelicale con il periodo profano del Cioni Mario non era ancora stato reciso. Benigni ha fatto quello che ormai ti aspetti, e già questo non è bene per un comico (comico?). Nessun riferimento alla situazione politica. Gli applausi finali sono parsi poco spontanei e qualcuno ha sbadigliato, non solo i «puristi» della classica, già frastornati dall’aspetto poco sacrale del Paladozza. Benigni, che ha partecipato all’evento nonostante il lutto famigliare, è entrato in scena con la solita camminata, il solito sorriso. Ha strisciato tra gli strumentisti, ha finto di prendere in braccio Abbado, ha improvvisato (improvvisato?) un ballo con una violinista. Ha ripetuto a oltranza che «la musica è una farmacia del mondo», che «questa favola è meravigliosa», che «l’uomo ha inventato cose straordinarie»: come sempre, sarebbe stata sufficiente anche meno della metà di enfasi. Ma ormai Benigni è così: qualsiasi cosa reciti, sembra sempre che sia lì a dedicare la Divina Commedia a Nicoletta Braschi. Di battute riuscite, solo una. «Per un musicista, essere diretti da Abbado è come per un falegname essere diretti da San Giuseppe». Abbado, il grande maestro, ha sorriso. Discreto, piccolissimo e immenso. Ha sorriso come aveva fatto all’inizio, dopo essere scivolato e caduto salendo i pochi scalini che portavano al palcoscenico, suscitando un «oooh» del pubblico, prima di preoccupazione e poi di rispettosa ilarità. Per Abbado «il talento è un’avventura mistica, non il traguardo di una carriera: qualcosa che si ha il dovere di amare e non sprecare». E’ stato fedele a questo dettame, nella salute e nella malattia. Il suo compagno narratore, ultimamente, lo ha preso un po’ meno alla lettera.
Data creazione : 01/11/2008 @ 00:51
Ultima modifica : 01/11/2008 @ 00:51
Categoria : Abbado nella stampa
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