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Bolzano, 31 ottobre 2009
Un’altra festa della musica, sabato scorso allo Stadttheater di Bolzano, e festa del “far musica insieme”, di quello ‘zusammenmusizieren’ cosí caro a Claudio Abbado sia come strumento di realizzazione fisica dei testi musicali, sia come irrinunziabile momento comunitario e morale.
Due orchestre riunite a formare l’imponente organico richiesto (105 esecutori per Bruckner): la Mozart di Bologna, l’ ultima fondata dal direttore e dopo cinque anni ormai parte integrante del panorama musicale europeo; la Haydn di Bolzano e Trento, la cui prima collaborazione con Abbado risale a quasi mezzo secolo fa (opportunamente riprodotta nel programma di sala la locandina del 1962: una “scena di battaglia” di Ghedini, lo Shostakovich del ‘Concerto per piano, tromba e orchestra’ con la pianista Ely Perrotta, lo Schubert della ‘Seconda Sinfonia’, frequentata spesso dal Maestro giovane).
Il programma di fine 2009 ha accostato due capolavori viennesi non molto distanti nel tempo (li separa solo poco piú di mezzo secolo); evidentemente lontani nella sintassi compositiva (dalla rigorosa, anche se sottilmente ambigua applicazione del sistema “a dodici note soltanto in relazione reciproca tra di loro” nel ‘Concerto per violino e orchestra’, ultima composizione compiuta da Alban Berg, s’è ritornati al solido, ancorché magmatico ancoraggio tonale di Bruckner); capolavori legati, però, da un sottile filo che li vede compiuti sotto lo stimolo d’una tragedia che aveva emotivamente molto colpito i compositori: l’immaturo spegnersi della figlia di Alma Mahler e Walter Gropius e, rispettivamente, l’improvvisa scomparsa di Richard Wagner. Questi lutti occorsero a composizioni iniziate, ma finirono per essere legati indissolubilmente ai due lavori in gestazione: nel caso di Berg anche dal sottotitolo “alla memoria d’un angelo”; nel caso di Bruckner anche dalla dedica finale della sinfonia al grande mecenate di Wagner, il “re folle” Ludovico secondo di Baviera.
Palpabilmente diversa, invece, l’atmosfera di nostalgia e dolore che, comunque, lega anch’essa i due pezzi: in Berg, il dolore mi pare essere, per cosí dire, oggettivo, piú legato a quel che la perdita della vita ha significato per la giovanissima Manon, alle sue perdute possibilità d’essere felice. Quello di Bruckner mi dà l’impressione d’essere piú soggettivo, ossia, in un certo senso piú “egoista”: direi che lo sterminato ‘Adagio’ della ‘Settima’ (ma anche la chiusa del primo ‘Allegro’, timbricamente cosí brunita dalle tube wagneriane) non pianga tanto la morte del musicista ammiratissimo, quanto il proprio dolore per esserne stato privato e, semmai, le possibilità perdute dalla musica come arte. Una differenza simile credo abbia antecedenti antichi e illustri: nell’‘Iliade’, i lamenti dei diversi “eroi” sulla morte di Patroclo sono, a ben guardare, lamenti legati solo indirettamente al defunto: sull’amicizia perduta, su possibilità militari compromesse, sul venir meno d’un anello fondamentale nella complessa catena d’equilibri e di compatibilità tra i vari re greci… Solo i cavalli di Patroclo sembrano davvero piangere la perdita di sé stesso subita, morendo, dal loro padrone. Non so se Berg sarebbe stato contento di questo paragone equino, ma cosí forte è, da quasi cinquant’anni, l’impressione di disperazione che mi dà l’ascolto di questo ‘Concerto’, e cosí intensa è stata quella che ne ho avuto grazie all’esecuzione di sabato sera, che spero mi sia perdonata questa piccola e personale “discesa alle madri”: credo di poterla “addebitare” alle emozioni provate durante le esecuzioni di qualche giorno, e al ricordo di esse.
In anni recenti, avevo sentito altre volte questi due pezzi diretti da Abbado: nell’ottobre del 2003 il ‘Concerto’ di Berg a Ferrara, con la Mahler Chamber Orchestra e Kolja Blacher (esecuzione anche “consegnata” a un disco DG); nell’agosto del 2005 la ‘Settima’ di Bruckner a Lucerna. Come ognun sa, non esiste l’esecuzione “ideale” d’un pezzo che sia appena piú complesso della ‘Vispa Teresa’: l’ambiguità propria d’ogni opera d’arte musicale richiede ne vengano lumeggiati dagl’interpreti aspetti via via diversi, e fa sí che le scelte interpretative siano, e debbano essere condizionate dalle circostanze dell’esecuzione e, quindi, anche dalla composizione del programma di cui fanno parte di volta in volta. Tale appare, a me almeno, il compito dei grandi interpreti. L’interesse che si prova nell’ascoltarli è legato anche alla loro continua capacità di rinnovarsi, e talvolta di contraddirsi: Claudio Abbado è, in questo, maestro inimitabile e credo che quel che intendo dire riesca particolarmente chiaro a chi ha ascoltato, pochi mesi fa, ‘La mer’ a Berlino, cosí nordica e severa, e al tempo stesso ricca, direbbe Elio Vittorini, delle «infinite sfumature del bianco e nero», diversissima da quella splendida di fasto e di colore mediterraneo che concluse, nel 2002, il concerto d’esordio della Lucerne Festival Orchestra: ma, a mio parere, non meno “giusta” e coinvolgente.
A Ferrara, il ‘Concerto per violino’ di Berg aveva preceduto quello di Stravinsky; a Lucerna la ‘Settima’ di Bruckner era arrivata dopo il ‘Terzo Concerto per pianoforte’ di Beethoven, con Alfred Brendel. Del tutto logico mi pare che l’esecuzione ferrarese avesse anche mirato, subliminarmente, a rendere confrontabili le strutture dei due pezzi, i diversi procedimenti compositivi scelti dai due Autori nell’impegnarsi con un organico formalmente simile. E non meno logico mi pare che a Lucerna la ‘Settima’ sia apparsa intrisa d’eroica tensione, collocandosi verso il termine d’una vicenda storica che dalle sinfonie di Beethoven si dirama giungendo alle ultime di Bruckner e di Brahms, prima della ‘rifondazione’ mahleriana (la quale a sua volta, come m’è stato fatto notare da una sensibilissima ascoltatrice in margine alle esecuzioni dell’ultima estate a Lucerna, ha come premessa imprescindibile un recupero haydniano). In quest’ottica vanno letti, a mio parere, anche i tempi notevolmente piú rapidi staccati nelle due occasioni precedenti: al netto delle pause, la ‘Settima’ dell’11 agosto 2005 durò oltre 9 minuti di meno di quella del 31 ottobre 2009 (circa 59 minuti contro circa 68); una differenza non trascurabile, anche se percentualmente minore, si può cogliere anche tra le durate delle due esecuzioni del ‘Concerto’ di Berg (a Bolzano piú distesi, in particolare, l’‘Adagio’ e la ‘Coda’).
Vorrei dire che il carattere che ha accomunato le due esecuzioni a Bolzano, e che le ha distinte da altre degli stessi pezzi, è stato un caldo lirismo, una soffusa aura di nostalgia. Che poi le mastodontiche architetture dell’‘Adagio’ bruckneriano m’avessero tenuto meglio avvinto con la serratezza drammatica di Lucerna che non con lo sguardo melanconico di Bolzano, questa è, ovviamente, considerazione del tutto personale. Direi, però, che la differenza di “fruizione” degli altri tre movimenti sia stata, per me, di segno opposto.
Infine, è bene non dimenticarlo, l’esito esecutivo d’un concerto solistico dipende non poco anche dalla convergenza d’intenti tra solista e direttore (oltre che, ovviamente, dalle capacità proprie d’entrambi). A Bolzano, l’interpretazione d’Isabelle Faust, già apprezzatissima nel ‘Concerto’ beethoveniano undici mesi fa a Parma, ha coinciso mirabilmente con quella di Claudio Abbado: dall’inizio, in cui la prima frase iniziale del violino è sembrata sorgere per germinazione spontanea dal grumo iniziale dei fiati e dalle spaziate note dell’arpa, fino alla chiusa in cui il lungo Sol acutissimo è stato tenuto con intensità e sicurezza stupefacenti. Momento sublime dell’esecuzione, del quale va resa grazie anche alla bravura e alla musicalità di chi sedeva ai leggii dei legni, Jacques Zoon in primo luogo, era stata la celebre, stravolta citazione d’un corale di Bach, qui risuonato come sguardo penetrante e smarrito attraverso due secoli di musica europea.
Dopo Berg, la Faust ha nuovamente offerto come bis il ‘Largo’, in Fa maggiore della ‘Sonata in Do maggiore’ per violino solo di Bach: la compostezza del pubblico ha permesso di godere l’esecuzione in modo molto piú intenso che a Parma, dove, ahimè, era stata sommersa da un mare di colpi di tosse. La Faust ha dimostrato cantabilità e purezza timbrica esemplari: Bach è sembrato voler partecipare in prima persona al ‘Requiem’ per l’“angelo” Manon.
Data creazione : 05/11/2009 @ 23:46
Ultima modifica : 05/11/2009 @ 23:50
Categoria : Cronache del Wanderer
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