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Voglio dire la mia su questa storica performance di Abbado in Mahler. L'ho ascoltato ieri sera a Londra.
La grandezza di questo direttore oggigiorno è proprio quella di studiare e ristudiare un pezzo musicale e di darne interpretazioni differenti anche in maniera sensibile nel corso di pochi anni. In particolare la Terza ascoltata a Londra (e a Lucerna) è apparsa completamente rimeditata rispetto alle precedenti esecuzioni scaligere, viennesi, bolzanine, berlinesi (e delle registrazioni relative). Ogni traccia di freddezza che qua e là dimorava nell'esecuzione con i Wiener (documento DG-1983) e anche Berliner (documento DG-1999), precipuamente nel primo tempo, è definitivamente scomparsa. Il colossale, pantagruelico, cangiantissimo primo tempo è stato riletto da Abbado con un'effusione lirica, un'affettività amorosa e, perchè no, illuminata talvolta da lampi nostalgici. Una natura luminosa, amorevole, gioiosa nei tempi di marcia, ma anche oscura, cupa, misteriosissima negli interventi degli ottoni gravi. Ma soprattutto la realizzazione sonora è stata stupefacente: il legato delle frasi, la rotondità dell'impasto, la bellezza timbrica assoluta perfino nel suono "col legno" dei violini mi hanno ricordato dappresso le realizzazioni somme di Karajan (in altro repertorio). Alla fine del primo tempo l'applauso della sala (la gigantesca Royal Albert Hall) è scattato spontaneo: impossibile resistere immoti allo strabiliare di tanta luce. Immaginabile quindi l'esito del minuetto, condotto con grazia e dolcezza tra sussurri e lievi canti dell'orchestra (non è un'orchestra, la Luzerne, ma un gigantesco complesso da camera: certe cose le ho ascoltate solo con loro. Non ci sono Wiener o Pietroburghesi che tengano), e idem lo scherzo "degli animali", con la sorpresa che l'arpeggio e l'accordo dissonante finale svelanti il dio Pan cambiano d'un colpo l'atmosfera. I colori si ingrigiscono, il tempo si modifica sensibilmente rallentando come se si affacciassero strane nere nubi (dove tutti i direttori, viceversa, accelerano per la chiusa ad effetto, Bernstein in testa)...
E comincia ciò che per Abbado è il centro emotivo di tutta l'opera: il Canto di Mezzanotte. La Natura parla. E su un tempo lentissimo, immoto quasi, timbri lugubri (il glissato ascendente dell'oboe come un lamento quale nessuno ha osato prima proporre in tanta evidenza sfacciata: non Bernstein, non Sinopoli, non Mitropoulos, non Scherchen, non Boulez, non Delman, non Metha, non Haitink...soltanto Rattle fa cosa simile, delibando il glissato ancora di più dipingendo più un'atmosfera, piuttosto che ferire l'anima)...su questi timbri, dicevo, entra, sorda, la voce del contralto, suonando come monito universale. Il monito universale "Attento Uomo" mai è apparso saturo di oscuri e tragici presagi come in questa interpretazione, e mai Abbado è stato tanto convinto di porre come nucleo poetico di tutta la sua lettura questo monito.
Che prosegue nella realizzazione insolitamente ombrosa del coro degli angeli seguente: il bimm bamm sotto le parole del contralto è appena accennato, con timbro spento, secco...le consonanti finali non risuonano..sono campane finite in qualche tomba.
Ma la fiducia riprende con le ultime battute e il tempo lento finale si sviluppa effondendosi in un canto d'amore dove l'estasi è raggiunta nell'assenza di ogni dolore. Le ultime battute con la timbrica orchestrale impastata come un gigantesco organo e i colpi dei timpani cupi e risonanti (non secchi o pestati come sempre avviene, Bernstein compreso) portano all'ultima nota protratta all'infinito verso gli spazi siderali più profondi.
La natura terribile e meravigliosa nella sua bellezza, sempre strabiliante e continuamente cangiante, fa comunque il suo corso. L'uomo è stato avvisato.
Ciao a tutti
-MV
Data creazione : 02/09/2007 @ 22:06
Ultima modifica : 02/09/2007 @ 22:10
Categoria : Cronache del Wanderer
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