INTERVISTA / Domenica il compleanno del maestro: «Niente feste, cenerò con la mia famiglia. E sono pronto a ricominciare una nuova vita, un grande mistero»
Giulini: non ascolto più musica a 90 anni mi emoziono troppo
«Rifiuto il bel mondo che ho vissuto, mi resta una passione: la Juventus»
MILANO - Accomodato sulla poltrona del suo studio nel cuore di Milano, il plaid scozzese sulle ginocchia, la luce soffusa che accarezza il volto nobile e ascetico, Carlo Maria Giulini pone subito un freno alle possibili domande ed esordisce con un «mi parli di lei». «Maestro, siamo qui perché festeggerà domenica i suoi primi novant'anni». «Ah, già i miei 90 anni. Niente feste, cenerò semplicemente con i miei tre figli, le mie nuore e i miei sette nipoti».
Nella penombra, affiora un pianoforte coperto, sul tavolino fra i libri sono posati I promessi sposi che il maestro rilegge ogni anno insieme con i romanzi di Tolstoj e Dostoevskij. Nessuna traccia di partiture o dischi. Nemmeno il nuovo doppio cd che la Emi dedica a Giulini in occasione del suo novantesimo compleanno. Compleanno festeggiato in questi mesi dalle orchestre legate al maestro, da Parigi, a Roma, da Torino a Fiesole a Milano. Maestro, la sua musica...
«Non ascolto più musica, nemmeno i miei dischi. Ho chiuso con la direzione, nel '98, dopo un mancamento sul podio. Ho capito che non avrei più potuto dirigere. Allora, posata la bacchetta, ho cominciato a distaccarmi dalla musica. Non è stato facile. Ho avuto esperienze incredibili con le più grandi orchestre del mondo, ho conosciuto grandi musicisti, Walter, Klemperer, De Sabata, Benedetti Michelangeli, la Callas. Ho suonato in orchestra diretto da Richard Strauss e Stravinskij...».
Perché nessun contatto con le note?
«Mi emozionano troppo. Ho esiliato la musica in un limbo. Non ci voglio pensare... E se ne parlo ora è come se fosse un’altra persona a farlo. Ho quasi un rifiuto verso tutto il bel mondo che ho vissuto. Fare musica richiede una partecipazione totale».
Come è nata l'attrazione per la musica?
«Un giorno in una piazza di Bolzano, dove vivevo con la mia famiglia, mio padre commerciava in legname, fui colpito da un uomo che suonava uno strano oggetto. Era un violino. Lo chiesi in regalo per Natale ( violino donato, insieme con una bacchetta, da Giulini all’Orchestra Verdi, presto esposto all’Auditorium di Milano , n.d.r) . Cominciai a suonarlo per gioco e poi passai seriamente alla viola. Finché arrivai a Roma e vinsi, ventenne, il concorso per entrare come viola nell’orchestra dell’Augusteo. Una fortuna che non dimenticherò mai».
Come fu attirato dalla direzione?
«È stato a Roma all’ultimo esame di composizione. Si poteva fare una prova con l’orchestra e io ne sentivo forte il desiderio. Fu il mio primo concerto e scoprii quanto mistero c’è nella direzione. Tutto quello che è seguito, mi è stato offerto. Nessuno può dire che ho mai chiesto qualcosa a qualcuno. E con le orchestre, ho sempre portato i miei "materiali", con le mie arcate, le mie dinamiche. E sì che non era facile andare a Vienna o a Berlino a eseguire una sinfonia di Brahms chiedendo ai celebri musicisti di usare i miei "materiali"! Ma con tutti, dai Wiener ai Berliner, ho avuto un contatto felice».
Mai stato affascinato dalla composizione?
«No. Sono padrone della tecnica, ma non ho mai avuto niente di importante da dire».
Come spiega le sue preferenze musicali?
«Per me, la musica parte da Haydn e finisce con Hindemith. Non sono mai riuscito a familiarizzare con l’antica e la moderna. Poco Mahler, niente Berg e mai un’opera completa di Wagner perché ero incapace di entrare nel suo mondo. È difficile spiegare il mistero di questi puntini neri sulla carta che devono diventare parte della tua vita. Ho eseguito solamente la musica che sentivo, mentre mangiavo, dormivo, camminavo. Mai partiture per me incomprensibili».
Poco amore anche per Puccini...
«Ma so benissimo che è un genio. Con Verdi e Mozart invece veniva subito quel flusso trascinante... Non ho mai voluto conoscere il lato privato dei compositori amati. Si possono avere delusioni, come per Mozart. Umanamente non era una grande persona».
Negli ultimi anni, si è dedicato molto ai giovani musicisti, come quelli dell’Orchestra Verdi e della Scuola di Fiesole .
«Ho cercato di trasmettere loro la musica con amore e dedizione. Difficile insegnare il gesto, cioè come far passare i sentimenti attraverso il corpo. Dirigere è un atto d’amore».
E il suo legame con l’Italia?
«Amore completo e riconoscenza, nonostante abbia sofferto nel periodo di Mussolini e Hitler. La mia famiglia e io non siamo mai stati fascisti. Sono andato al fronte, ma non ho ammazzato nessuno».
Ha avuto tanti amici?
«Pochi, ma in compenso un grande legame con la mia famiglia, prima di tutto il meraviglioso esempio dei miei genitori. Poi la mia amata moglie Marcella ( scomparsa da un decennio, n.d.r) i miei figli, Francesco architetto, Stefano chirurgo, Alberto pittore, quel paesaggio marino è suo. Amo gli impressionisti perché sanno trasmettere i sentimenti. Non capisco la pittura astratta».
Una passione ancora coltivata?
«Il calcio. Tifo sin da ragazzino per la Juventus. Alla tv guardo solo le partite. C’è molto di tecnico e di umano sia nel passare un pallone, sia nel passare un suono».
Quali valori ha trasmesso alla sua famiglia?
«Fede, amore e dedizione in modo totale. I sentimenti sono stati la base della mia esistenza. Sono profondamente credente, vado sempre a messa alla Chiesa del Carmine. Ora sono pronto a ricominciare una nuova vita che non posso immaginare, un grande mistero. Ho il dono della fede, ho avuto quello dell’amore. Lascerò una famiglia felice».
E la Scala dove tra il ’52 e il ’56 diresse opere, tra cui la storica Traviata di Visconti con la Callas e Di Stefano?
«È stato un periodo eccezionale. C’erano grandi voci, grandi registi e tanto tempo per provare. Ho smesso di fare l’opera quando ho percepito che tutto questo stava finendo. Nelle mie quotidiane passeggiate non passo mai davanti al teatro. Non verrò a vederla restaurata».
Laura Dubini