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ABBADO NELLA STAMPA Intervista Pubblicchiamo questa intervista del 2002 molto interessante segnalataci da la nostra instancabile socia Maria Vittoria, uscita su La Stampa di Torino, il 10 maggio 2002 e firmata Alberto Sinigaglia .
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ABBADO Alberto Sinigaglia inviato a Ferrara
Guarda spesso lontano Claudio Abbado,mentre parla. I suoi occhi si sono fatti più profondi dopo la faticosa vittoria sulla malattia. Più severo il viso, più radio so e coinvolgente il sorriso. Più forti l'ironia e l'autoironia. Porte slacciato il colletto della camicie azzurra sotto la morbida giacca rossa di daino. «Rossa - dice - per farmi notare». Va a vedere a che punto sia la partita a scacchi delle stage manager dei Berliner e una delle prime parti. Scherza con la figlia Alessandra, con la capo ufficio stampa, con il direttore artistico, operosissimi artefici di Ferrara Musica, da Abbado fondata e collocata tra i poli europei della creatività musicale. La nostra conversazione ha inizio nel camerino del Comunale mentre gli portano cinque incisioni in dono da Emilio Vedova e una pietra da firmare per una collezionista giapponese; mentre nel foyer del teatro la presidente del Club Abbadiani Itineranti (tra i quali Cofferati e D'Alema), allestisce la mostra Volare con la musica sulla carriera del maestro. «Il bello in questa pagina sono le foto dei nonni. C'è il nonno siciliano, Guglielmo Savagnone, che insegnava papirologia, oltre a essere docente di diritto ecclesiastico e diritto romano, e ogni cinque anni imparava un'antica Lingua. Era un vecchio saggio, m'è rimasto molto impresso. Aveva tradotto il Vangelo dall'aramaico. Negli Anni '20-'30 non andava bene per la Chiesa che si parlasse dei fratelli e delle sorelle di Gesù Cristo, per cui l'hanno proibito, come i politici gli avevano proibito un testo su Costantino. Era il tipico siciliano biondo, con gli occhi azzurri, di origine normanna. L'altro nonno veniva da Alba. L'origine del nome è araba, Abbado deriva da Muham-med ibn Abbad Mutamid, che regnava a Siviglia e su gran parte della Spagna, poi spodestato». Che ricorda di quel giorno? «Tutto mi ricordo. Ho diretto la Seconda sinfonia di Mahler che avrei eseguita pure nel primo concerto con i Wiener Philharmoniker debuttando al Festival di Salisburgo. Era lo stesso anno: 1965».
«Subito dopo la guerra, quando si scoprivano Bartók, Schònberg, Berg, tutta la scuola viennese, il difficile era allora capire che quelli erano i grandi. L'ottanta per cento dei critici e del pubblico la considerava musica barbara, percussioni, rumore, non musica. E lo stesso si fa oggi e si farà sempre. Pensiamo ai tempi di Beethoven: quando scriveva le cose più difficili, più rivoluzionarie, non le capivano. Lo stesso è successo con Mahler. Oggi si vive in mezzo al rumore, non ce ne accorgiamo neanche. Chi dunque ha rappresentato il Novecento? I nomi che ho fatti e, più tardi, Nono, Kurtag, Boulez». A quali scrittori è tornato recentemente? «A Proust. Sto rileggendo la Recherche, perché tante cose sono viste in una prospettiva diversa. Però ho anche scoperto negli ultimi tempi nuovi scrittori che sono poco conosciuti in Italia: Alistair McLeod, per esempio, scozzese-canadese, il suo Calum il Rosso, pubblicato da Frassinelli, è un libro straordinario, molto aperto, che fa capire l'importanza di conoscere le varie culture. In fondo noi viviamo tutti quanti senza conoscere: si conoscono le etichette delle altre culture, si critica sempre, però le cose valide che ci sono nelle varie culture si sanno poco. Lo stesso capita con le religioni. Non sono religioso, però penso che la cosa più importante sia conoscere tutti gli aspetti positivi e costruttivi delle varie culture, delle varie religioni. Sarebbe l'unico modo, non politico, per capire i problemi degli altri».
Nel pieno della tournée che il 13 maggio si concluderà al Musikverein di Vienna con il suo ultimo concerto quale direttore artistico dei Berliner, è naturale chiedere a Abbado come ha cambiato la grande orchestra? Che cosa le lascia? «I Berliner con Karajan avevano un suono straordinario, caldo, bello, ma uguale per tutte le musiche. Allora abbiamo cercato di trovare un suono che - pur con i sessanta, settanta giovani subentrati a quanti andavano in pensione - rimanesse così bello, caldo per i romantici, per Brahms, per Mahler, per Bruck-ner. Ma abbiamo differenziato il suono per la musica barocca: oggi non puoi più eseguire la musica barocca o la musica classica del primo Ottocento con una massa d'archi tipo Adagio di Albinoni.Abbiamo istituito degli ensemble, abbiamo invitato Harnoncourt e altri che interpretano musica barocca usando i liuti, il cembalo e in proporzione gli archi, senza vibrato: così abbiamo eseguito Bach, la Passione secondo Matteo, con un complesso piccolissimo da camera e un coro piccolo; così abbiamo eseguito Monteverdi. Abbiamo poi differenziato il suono per la musica del Novecento. Era bello pure il suono dei Berliner per Stravinskij,per Bartók, per i contemporanei: tutto bello. Invece delle volte ci vuole un suono diretto, duro». Ha cambiato anche la testa del Berliner, il loro repertorio, le loro scelte? «Con i cicli berlinesi legati a Hòlderlin, a Prometeo, a Faust, a Shake-speare, ad Amore e Morte, al Viandante, a Berg-Bùchner, abbiamo affrontato temi universali, miti antichi e moderni, le loro radici culturali, le diverse chiavi di lettura, nordiche o mediterranee, approfondendo il dialogo tra generi artistici, fra musica e letteratura». Quanto a Berlino, che città ha trovato?«Sono arrivato a Berlino nei giorni in cui cadeva il Muro. Abbiamo invitato il pubblico dei Berliner a venire alle prove. Abbiamo aumentato il numero delle prove, abbiamo aumentato il numero dei concerti: tutto esaurito per dodici anni. Abbiamo varato programmi che coinvolgevano anche teatro, letture, mostre, cinema, tutto il mondo culturale di Berlino, che è per me la capitale della cultura in Europa: l'unica ad avere tre teatri d'opera e nove orchestre sinfoniche, oltre ai musei uno più bello dell' altro, oltre ai teatri di prosa». E che città lascia? «Una città molto civile, piena di verde: non c'è nessun'altra città che abbia tanto verde come Berlino. E piena d'acqua: di canali, di laghi, di fiumi. Sono stati così intelligenti che per costruire Potsdamerplatz hanno portato tutto il materiale con le chiatte sui canali, senza bloccare il traffico». Il mestiere del direttore d'orchestra ha due secoli di vita e un secolo di dischi. Come sta cambiando? Non più soltanto un interprete, dev'essere anche un mediatore di cultura? «Mah, io non lo vedo come un mestiere. Né parlerei di mediatore. Ho cercato di approfondire i problemi d'ogni città in cui ho lavorato, di aiutare il pubblico a conoscere tante cose. In quei diciotto anni alla Scala c'era bisogno di aprire agli studenti, ai lavoratori, a tutti quanti un teatro che era riservato a un pubblico di élite. Abbiamo fatto tante prime esecuzioni. Non solo di musica moderna: prime esecuzioni di Bruckner, di Mahler. Vienna, ricca di cultura, era però conformista, chiusa ai discorsi nuovi: ecco allora Wien Modern, l'unione del Konzerthaus con un festival di musica contemporanea. Per i cicli tematici portati a Berlino molti berlinesi mi hanno scritto per dirmi la loro felicità: non ho mai ricevuto così tante lettere di persone alle quali sembra che la musica abbia cambiato la vita». Come considera lo stato dell'organizzazione musicale in Italia? «Non mi interessano le polemiche, mi interessano i fatti. Sto creando in ogni regione un'accademia legata alla Mahler Orchestra dove i ragazzi abbiano borse di studio per fare musica da camera, imparare a suonare insieme, ad ascoltarsi Questa è la mia risposta: da Bolzano a Ferrara, da Palermo a Napoli. Poiché la musica sinfonica e la musica da camera sono di cultura tedesca, il meglio dei professori viene da Vienna, da Berlino...». Come a Lucerna, dove sta fondando un'orchestra? «Lucerna è un altro discorso. Lì cominceremo nel 2003 con tutti i migliori musicisti dei Berliner che non possono più suonare in quell'orchestra perché insegnano. E vengono i migliori solisti: Natalia Guttman, Sabine Mayer col suo ensemble, i primi fiati della Mahler Orchestra». In giugno dirige «Simon Boccanegra» al Maggio Musicale Fiorentino. Ha altri progetti con orchestre italiane? «Questa estate, poi basta. Non faccio niente, cioè non prendo altri impegni, oltre a quelli che ho: vuoi dire che posso leggere, studiare, stare con i miei figli, con i miei nipoti Andrea Tommaso, Francesca e Luigi, con i miei amici». A Ferrara Musica ci sarà un festival Shakespeare, al Lingotto di Torino un progetto Harding. Seppur in diversa misura, entrambe le istituzioni sono sue creature e anche in altre città si spera che lei... «Daniel Harding è un bravo giovane direttore che ho tirato su. Se lo devono tenere stretto tutti perché fra qualche anno non avrà più tempo. Io l'anno venturo compio settant'anni. Bene.Ho un'operazione alle spalle che non è stata uno scherzo, devono cercare di capire». Ci sono a Milano molti appassionati che la attendono. Lei ha avuto al proposito pubblici autorevoli inviti. «Lasciamo stare questo tema. Milano ha problemi ben più gravi. Che cambino l'aria! L'aria va cambiata, sennò si ammazzano... Col traffico c'è un inquinamento folle». Claudio Abbado riprende a sfogliare il libro come carezzando qualche immagine. «A proposito del suono, ecco, questi sono i Berliner che eseguono Monteverdi. Io sono al cembalo, questo è il primo violoncello, questa è Caterina Antonacci. In quest'altra foto sono con il mio amico Maurizio Pollini. Ah, qui facciamo Pierino e il lupo con Benigni: anche con Roberto siamo amici, abbiamo le stesse idee». Continuiamo a parlare di idee, non solo musicali, passeggiando verso l'albergo. Ma giunti sotto il Castello degli Estensi una fiammante Alfa rossa cattura l'attenzione del maestro: «Sa che ne hanno fatto adesso una nuova versione, ancora più potente?».
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