Pubblicchiamo altri articoli usciti in questi giorni sul ciclo Beethoven di Roma

COMUNICATO:

TUTTO POLLINI SU RAITRE

ROMA. «Pollini e la sua musica» è il titolo dello special in due puntate che Raitre manda in onda domani e il 18 febbraio alle 12,35. Pollini, che mercoledì prossimo suona il concerto l?Imperatore di Beethoven diretto da Abbado con i Berliner all?Auditorium della Conciliazione, si racconta come musicista e come uomo privato e pubblico in questo special realizzato da Nino Cresicenti e Sandro Cappelletto. Risultato di un lungo lavoro di riprese e di ricerca lo special ricostruisce la carriera di un grande interprete musicale attraverso testimonianze e documenti inediti o rari e soprattutto le parole di Pollini stesso raccolte nei occasioni più diverse di lavoro e di riposo, da Milano a Londra, da Salisburgo a Pesaro.




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Claudio Abbado a Roma

Roma: ...altre impressioni

La stampa, 10 febbraio 2001

Vedere il programma completo previsto dalla RAI:
Speciale Abbado Festival

Abbado, la felicità è Beethoven

Con i Berliner la musica diventa sublime

Sandro Cappelletto

Nessuna legge sulla privacy giudicherà invasiva la descrizione della forza fisica e dell'energia morale con cui Claudio Abbado si è presentato al pubblico di Santa Cecilia. Passo sicuro, gesto direttoriale libero, la contagiosa felicità nel fare musica con la sua orchestra, i Berliner Philharmoniker. L'applauso, tutti in piedi, scoppiato al suo ingresso sul palco, gli ha offerto il ringraziamento per questa tenacia e volontà d?artista, comunicate e comprese. Sei serate per raccontare le nove Sinfonie e i cinque Concerti per pianoforte di Beethoven. Auditorium gremito e, per rendere omaggio al Presidente Ciampi, si inizia con l'Inno di Mameli, subito seguito dall'Ode alla Gioia dalla Nona Sinfonia, inno dell'Unione Europea.
La musica sinfonica di Beethoven, ascoltata durante il collettivo rito del concerto, fa ritornare adolescenti. Innesca lo stesso procedimento mentale di quando si sta davanti ad una statua greca dell'età classica. Guarda come pensavamo di poter essere: armoniosi, entusiasti, forti, dinamici, consapevoli, fiduciosi nel futuro, idealisti, generosi e tutto quello che non si è diventati. Musica dolorosamente utopica, e per questo eternamente presente, desiderio che non si dimentica. Da qui allo sbrodolo retorico, il passo è uno soltanto. Una distanza che l?interpretazione di Abbado non attraversa. Niente eccesso di trionfalismo nei momenti più solenni, come l'inizio dell'«Egmont»; niente estasi cantabile nell'Allegretto della Settima Sinfonia. Chi abboccherebbe più agli specchietti del Beethoven-technicolor? L'orchestra si presenta con un organico piuttosto ridotto rispetto alla tradizione ancora oggi prevalente: 12 primi violini (e non 16), e poi tutti in scala: 8 secondi, 8 viole, 8 violoncelli, 4 contrabbassi, fiati e legni a 2. Violoncelli collocati non alla destra del direttore, ma davanti al centro, rispettando la tradizionale disposizione tedesca, che ricorda la formazione del quartetto d?archi. Il suono ne esce più amalgamato, omogeneo.

Dice Abbado che, fra gli interpreti beethoveniani, la sua predilezione va a Furtwängler, per la scelta dei tempi, concitata ma non confusa, e soprattutto per la chiarezza delle relazioni fra l'esposizione e lo sviluppo di un tema. C'è, magari, una sintonia più segreta: la tragicità con cui il direttore tedesco rimarcava certi passaggi. In Abbado, emerge con indiscutibile chiarezza proprio nel culmine dell'apoteosi ritmica della Settima Sinfonia, nel suo movimento finale. L'entrata, ruvida, ombrosa, di violoncelli e contrabbassi disegna un tale contrasto con l'ebbrezza luminosa del resto del movimento, da venire spesso trascurata, come fosse un controsenso. Abbado la sbalza, la isola, la rivive con un controtempo della memoria, un flash involontario, ma potente.
La Settima è anche uno dei luoghi deputati per la verifica delle qualità tecniche di un'orchestra. Stoppare il suono tutti assieme, simultaneamente; passare nello spazio di una battuta dal fortissimo al piano; costruire un crescendo; azzeccare le entrate dei tanti strumenti chiamati ad un'evidenza solistica; "montare" la scrittura contrappuntistica, voce dopo voce. I "fondamentali" esistono in tutte le discipline: dal calcio alla musica, e i Berliner li possiedono: E, per il fatto di aver ammesso tra loro anche delle musiciste, sono più simpatici dei misogini (e anticostituzionali) Wiener. Grandi discussioni, tra il pubblico, per l'interpretazione di Alfred Brendel del Quarto concerto. Il settantenne pianista austriaco è entrato nella fase interpretativa in cui prevale l'arte difficile della sottrazione. Rendere essenziale, sublimare, lanciando segnali nuovi: in una serie di trilli governati e cantati in tutto il ventaglio piano-forte-piano, farti scoprire che anche qui possono annidarsi certe radici di Chopin; nella nudità delle scalette, che l'accompagnamento esile dell'orchestra fa ancora più risaltare in primo piano, buttare un ponte futuribile, ma possibile, tra Vienna inizio Ottocento e quella di un secolo dopo. Se un Maestro non sconcerta, a chi mai tocca questo compito ingrato e creativo?
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Avvenire, 9 Febbraio 2001

Trionfo per Abbado e i Berliner all'apertura del Festival Beethoven

Inizio trionfale a Roma del festival Beethoven, con i Berliner Philarmoniker, diretti da Claudio Abbado, e il grande pianista Alfred Brendel. Un pubblico numerosissimo è accorso ieri sera al richiamo della celebre formazione tedesca che, fino a giovedì 15 febbraio, ospite dell'Accademia nazionale di Santa Cecilia, eseguirà in edizione integrale, in una serie di concerti, le nove sinfonie di Beethoven e i cinque Concerti per pianoforte.
Lo straordinario evento musicale è stato onorato dalla presenza del presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi - salutato al suo arrivo da numerosi applausi, e dall'inno di Mameli - e da numerose autorità politiche e parlamentari.
Il maestro Abbado, pur affaticato per i postumi della recente operazione, ha diretto con consueta energia e lucidità sia l'ouverture del «Egmont» sia la settima sinfonia in La maggiore, ed è rientrato due volte per accogliere gli applausi del pubblico. I «Berliner» hanno suonato con la straordinaria forza che li distingue, specialmente nel finale della settima sinfonia accolta da lunghe ovazioni. Durante l'intervallo il presidente Ciampi ha incontrato Abbado e Brendel, chiedendo a quest'ultimo perché suonasse con le dita incerottate: «Perché sono un ladro di fama internazionale e non voglio lasciare impronte», ha risposto il grande pianista.

Avvenire , 10 febbraio 2001: La critica


CLASSICA A Roma tifo da stadio ma pochi vip per il concerto del maestro con la Filarmonica di Berlino
Abbado, Beethoven estremo e antiretorico

Jacopo Pellegrini

Nei teatri romani il pubblico si sente protagonista. Arriva quando può e vuole, costringendo gli esecutori ad aspettare i suoi comodi. Anche quando costoro si chiamano Orchestra Filarmonica di Berlino, Wolfgang Brendel e Claudio Abbado, giunti in città per eseguire l'integrale delle sinfonie e dei concerti per pianoforte di van Beethoven.
Al contrario, molti essendo i posti riservati allo sponsor e alle cariche istituzionali (alla serata d'apertura hanno assistito il presidente Ciampi, vari ministri e i presidenti dei due rami del Parlamento) alcuni possessori del prezioso biglietto omaggio non si sono dati neppure la pena di venire. Le poltrone rimaste vuote sono state prontamente occupate da chi aveva il solo ingresso: il colpo d'occhio della sala era salvo, ma resta l'amarezza e lo sdegno per il comportamento di questi privilegiati che non conoscono il valore delle cose (valore anche economico, i loro posti costando la bellezza di 300.000 lire l'uno).
Ma la cronaca vera di questo concerto è tutta nella musica di van Beethoven come è scaturita dalla mente, dal corpo e dal cuore di Claudio Abbado. Compresa l'esecuzione di prammatica dell'inno italiano, nell'occasione opportunamente accostato a quello europeo. Il canto di Mameli-Novaro, diviso tra le diverse famiglie strumentali, scorrevole e quasi danzante nel suo stacco in uno, è stato davvero un bell'inizio. Il programma comprendeva l'ouverture in fa minore/maggiore dall'Egmont, il Concerto n.4 in sol maggiore per pianoforte e orchestra e la Settima Sinfonia in la maggiore: una progressione ascendente di tonalità senza dubbio premeditata. Tonalità contigue ma non vicine, il cui incontro provoca una tensione armonica che colpisce l'orecchio con violenza.
Abbado cerca così di estirpare ogni forma abitudinaria di ascolto. Ne esce un van Beethoven anti-retorico, scabro fino alla ruvidezza, teso fino allo spasimo. Avvalendosi dell'edizione critica di Jonathan Del Mar (una vera e propria rivoluzione nelle legature e nelle indicazioni dinamiche), prediligendo tempi veloci, Abbado traccia in ogni brano un percorso drammatico ascensionale che punta dritto verso la conclusione, sintesi e superamento delle forze (sonore e spirituali) in lotta.
In questa dimensione, assume un peso primario il profilo ritmico della musica, che porta in questa interpretazione un'ansia febbrile, una fisicità dionisiaca che sconvolge l'impianto formale apparentemente apollineo di van Beethoven.
Il direttore non si perita di pretendere dai Filarmonici un suono brutto quando questo risponda a finalità espressive, come negli accordi fortissimo del Presto della Settima, dove la prevalenza assegnata al timpano si accompagnava a un'assenza pressoché totale di colore e calore timbrico.
Altrove invece l'equilibrio tra le sezioni è mirabile, il suono morbido e alato, anche se le richieste estreme di Abbado possono provocare qualche incidente, specie nei corni. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi a dismisura. Non si devono però scordare almeno il Quarto Concerto dove emergeva con evidenza inedita la dialettica di confronto-scontro (con pacificazione finale) tra orchestra e solista (Brendel, che, pur con la consueta lucidità, faticava un po' a tenere testa alle sollecitazioni di Abbado). E il magma oscuro, ctonio addirittura, scatenato nei bassi, soprattutto nelle battute da 415 in avanti dell'Allegro con brio finale della Settima.
Non ci si sorprenderà pertanto se alla fine il pubblico dell'auditorium di via della Conciliazione è andato letteralmente in visibilio.

Jacopo Pellegrini

Il Corriere della sera , 11 febbraio 2001: La cronaca


ROMA Il solista 29enne di stasera

Kissin, per Abbado un pianista accompagnato dalla mamma che intonò Beethoven a un anno

ROMA - «Vi prego, continuo a leggere che ho 31 anni. Non è così. Ne ho 29», esordisce Evgenij Kissin. Stasera sarà il pianista russo a suonare con Claudio Abbado e i Berliner, all'Auditorio di Santa Cecilia, per il Concerto n.3 di Beethoven. «Non è la prima volta che lo eseguiamo assieme». Kissin, maestro anche della memoria: «Ho lavorato con Abbado la prima volta dieci anni fa, eseguendo Mozart, Beethoven e Prokofiev. Il Terzo Concerto combina molti importanti elementi caratteristici di Beethoven. Nel primo movimento il dramma, nel secondo lo spirito filosofico e nel terzo l'umorismo sarcastico. Sono tre elementi fusi alla perfezione». Al concerto è atteso anche Roberto Benigni, che con Abbado interpretò «Pierino e il lupo» di Prokofiev. Subito dopo, la Deutsche Bank organizza un ricevimento sontuoso alla presenza della principessa asburgica Turm und Taxis e del principe Del Drago. E Roma che posto occupa nella vita di Kissin? «Tornare è un piacere immenso, è una delle mie città preferite. L'ultimo mio concerto risale all'aprile 1999». Nelle parole di Kissin affiora l'umiltà. Pensare che in Russia è considerato un piccolo monumento. Un mese fa, al concerto di Yuri Temirkanov, alla Filarmonica di San Pietroburgo, il pianista è apparso da un palco accompagnato, come d?abitudine, dalla madre; per spiarlo il pubblico continuava a distrarsi.
Evgenij Kissin ha una forza prodigiosa nelle dita, suono caldo e avvolgente, fraseggio plastico, rapidità e leggerezza del tocco. Ama Bach e Chopin. E Ludwig van, naturalmente. A scoprirlo fu Karajan, il grande direttore lo chiamò nel 1988 per il Concerto di Ciaicovskij, il suo addio dal podio dei Berliner Philharmoniker. «Era autoritario, però quando chiesi di accelerare un movimento mi venne incontro, anche se mi diceva che i giovani cercano sempre di suonare anteponendo la tecnica alla poesia». Alto, magro, meno timido che in passato, Kissin è il classico enfant prodige. Ha meno di un anno quando comincia improvvisamente a intonare una melodia beethoveniana. E' incredibile ma è vero, e lo racconta lui stesso nel film «The gift of music» (Il dono della musica), che Christopher Nupen gli ha dedicato. A sei entra alla scuola di musica «Gnessin» della sua città, Mosca. A undici fa il suo debutto. A dodici suona con Vladimir Spivakov, e il violinista che ha fondato I Virtuosi di Mosca telefonò al critico del New York Times : «Vieni al mio concerto, ci sarà un vecchio ragazzino che sta mettendo Vladimir Horowitz fuori dal business». Il quotidiano americano scrisse: «E' un pianista romantico nella tradizione della scuola russa». Ammette lui: «Sì, il mio stile è romantico, ma se prendiamo tre miei connazionali, Sofronitsky, Gilels e Richter, sono molto diversi

Valerio Capelli