Pubblicchiamo un bellissimo articolo di Alessandro Barrico uscito su "La Repubblica" dell'11 febbraio e un punto di riflessione di Michelangelo Zurletti (La Repubblica, 13 Febbraio)

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Claudio Abbado a Roma

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"La Repubblica"

La Repubblica, 11 febbraio

Vedere il programma completo previsto dalla RAI:
Speciale Abbado Festival

Beethoven l'architetto dei suoni
LE IDEE

di ALESSANDRO BARICCO

VEDO il gran rumore che si fa sui media per questa maratona beethoveniana di Abbado e dei Berliner, e mi immagino che alla gente normale faccia la stessa impressione che fa a me trovare sulle prime pagine dei giornali le cronache dalle sfilate di moda milanesi, o parigine: penseranno: ma chi sono, 'sti marziani' E anche: ma io che c'entro? E infine: ma non c'è proprio niente di più importante di cui parlare?
Per me quello della moda resta un mistero insondato. Ma quanto alla musica classica, qualche idea ce l'ho. Tipo: pagine e pagine sul Do di petto non eseguito al Trovatore scaligero è miseria intellettuale pura. Pagine e pagine sui Berliner e Abbado e Beethoven, no. Ho passato due sere all'Auditorium di Santa Cecilia, e la cosa mi ha aiutato a cancellare i dubbi residui. Non siamo pazzi. Non siamo marziani.
Chissà se riesco a spiegare perché. Venerdì sera c'era la Prima sinfonia. Beethoven a inizio carriera. Apparentemente, una cosa abbastanza insignificante, una specie di numero zero. Dato che uno ha in mente la Terza, e la Quinta, e la Nona, quella robetta passa via così indolore che si finisce per dedicarsi al piacevole passatempo di leggere sul programma di sala cosa s'è inventato il musicologo di turno per dimostrare, arrampicandosi sui vetri, che invece è un capolavoro.

Giuro che riescono a dire cose incredibili. Che verrebbe voglia di alzarsi e applaudire. Meglio non farlo, comunque. Consiglio caldamente di non farlo.
Dunque, dicevo.
Io ho messo a punto un altro trucchetto, che tutto sommato mi sembra più produttivo. Ti siedi, aspetti che l'orchestra entri, applaudi e poi inizi ad ascoltare, ma facendo finta che stai ascoltando una sinfonia di Mozart. Convinto che in programma ci sia una sinfonia di Mozart. (Per i più coltivati, una variante ancora più utile è immaginare che sia di Haydn: ma comunque con Mozart funziona lo stesso). Quello che succede, immediatamente, fin dalle prime note, e in un modo che ti sconcerta, e ti smarrisce, quello che succede è che pensi: ehi, ehi, cosa diavolo sta succedendo? Cosa gli è preso?
Più o meno tutto quello che ascolti è roba che Mozart avrebbe potuto scrivere, spesso anzi è roba che lui aveva già scritto. Ma c'è qualcosa che non quadra. È come se tutto fosse diventato improvvisamente così serio, e adulto, e importante. Non lo era, fino a qualche minuto prima, potresti giurarlo. Non lo era. E adesso lo è. È come quando incontri quella ragazzina che per tutti gli anni del liceo avevi desiderato in quanto lapiùcarinadellaclasse, e adesso, dopo un sacco di tempo, la incontri per strada, e ha trent'anni e un marmocchio per mano, e i tratti del volto son gli stessi, è proprio lei non c'è santo, ma nel frattempo è diventata una donna, e tu questo non te lo eri mai immaginato, non avevi mai immaginato che quella ragazzina potesse contenere dentro di sé una donna, che quella bellezza là potesse ospitare questa bellezza qua bellezza che adesso ti dice beh ci vediamo, e se ne va. La prima sinfonia di Beethoven è una sinfonia di Mozart che si è sposata.
Provo a dirlo in termini vagamente più tecnici: nella Prima sinfonia tu vedi lo stesso materiale con cui costruivano Mozart e Haydn, ma l'architetto è pazzo: pensa, con quella roba, di fare grattacieli, invece che gazebo da giardino. State attenti, perché questa non è una svolta qualunque. È la svolta. Tutto un patrimonio di tecnica, di sapere, di gusto tutta una civiltà vecchia di più di un secolo viene presa in mano da un uomo che la guarda e pensa: con questa forza noi possiamo raccontare l'uomo, possiamo raccontare agli uomini se stessi. Adesso sembra scontato ma allora non lo era: allora era una follia da megalomane. Per decenni quella musica era stato fondamentalmente diletto, elegante decorazione, piacevole intrattenimento, tutt'al più emozionante performance, al limite bozzetto della natura e di qualche edulcorato riflesso sentimentale: ma quell'uomo intuì che in tanti anni di perfezionamento, quella musica era diventata una macchina potentissima, capace di fare molto di più: la usavano per tosare il prato, ma volendo ci voleva niente a farne una locomotiva. Questo bisogna capire di Beethoven: lui intuì la donna nei gesti e nei tratti della ragazzina. Lui pensò che quella musica, quel linguaggio e quella civiltà di gusto, poteva raccontare il cuore dell'esperienza umana, il dolore, la speranza, la morte, l'utopia. Nel momento in cui lo pensò, in quel preciso momento, inventò la musica classica. Beethoven non è un compositore di musica classica. È l'inventore della musica classica: che è, appunto, ancor oggi, l'idea di attribuire a un certo linguaggio (quello musicale setteottocentesca) la capacità effettiva di tramandare il cuore dell'esperienza umana, e addirittura il cuore vero, non quello simulato dell'Opera settecentesca, no, proprio il buco nero che si trova in fondo, se continui a scavare, senza cautela, il cuore smarrito, quello illeggibile, quello che batte ritmi che non sappiamo ballare. Quando senti la Prima sinfonia, e fai finta che sia di Mozart, la prima cosa che ti viene addosso è proprio: il ritmo. Ce n'è troppo, ed è violento, ed è storpiato. È come se Mozart fosse andato a lezione di batteria jazz. Eccolo là il cuore bastardo che inizia a battere, si sente lontano ma ormai è fatta, non lo nascondi più. Avevano inventato la musica classica, e non c'era più niente da fare.
Io la conosco l'obiezione: e Mozart, e Bach, e Haendel, e tutto quello, cos'era, se la musica classica l'ha inventata Beethoven? Forse che loro non avevano ambizioni spirituali, forse che non erano artisti? La conosco l'obiezione. So che al pubblico della musica classica piace pensare che tutto, da Gesualdo da Venosa, a Ligeti, è spiritualmente alto, è arte, è tensione verso la verità. Ma io non ci credo tanto. Magari mi sbaglio. Ma non ci credo. So che alcuni sprazzi profetici indovinarono quello che sarebbe successo, questo sì: alcune pagine del teatro mozartiano, qualche scheggia delle Passioni bachiane... Chi può negare che lì crepitasse la stessa ambizione che Beethoven assunse su di sé? Ma cosa sono quelle poche pagine rispetto alla sterminata letteratura musicale del tempo? E, a voler essere drastici, quanto erano consapevoli? E perché poi alla fine tornavano sempre indietro, e dopo aver composto il Don Giovanni pensavano che avesse ancora senso scrivere La clemenza di Tito? Come diceva Borges: non ci sono anticipatori: ci sono dei grandi che creano, a ritroso, la grandezza dei loro predecessori. Detta nuda e cruda: se non ci fosse stato Beethoven, siamo sicuri che ameremmo il Don Giovanni? Se non fosse passata l'idea che quel linguaggio musicale dovesse cavare il cuore all?uomo, se la musica del Settecento fosse rimasta semplice ostentazione di una civiltà, di un gusto, di un galateo morale, siamo sicuri che non troveremmo quell'opera un pò esagerata, come dire..., fuori luogo, inopportuna? Non avremmo in fondo apprezzato di più Salieri, e la sua misura? Non posso esserne sicuro, ma per spiegarmi: se non ci fosse stato Beethoven, le Nozze di Figaro sarebbero un'opera eccentrica, vagamente fuori luogo, e il vero capolavoro dell'opera buffa sarebbe Il matrimonio segreto di Cimarosa.
Insomma. Volevo dire che c'è una ragione per cui questo articolo parte dalla prima pagina, e in generale la maratona beethoveniana con Abbado e i Berliner è trattato come un evento quasi sacro. Cioè, ci sono molte ragioni, ma una è: lì si celebrano le origini della musica classica. E ciò che noi chiamiamo musica classica è una di quelle rare, grandi occasioni in cui l'umanità ha cercato di far saltare il banco: ha coniato un linguaggio fortissimo, e con quello è andata a prendersi il proprio cuore. Adesso quell'avventura sembra appannaggio di una piccola élite di attempati benestanti. Ma non è così. È un'illusione ottica. La memoria di quell'avventura è diventato rito di pochi, questo sì: ma quell'avventura riguardava, e riguarda, tutti: quando Beethoven puntava dritto al cuore, non faceva distinzioni. Era un uomo illuminista, ed era abituato a pensare all'uomo, non a differenti target. E la sua musica, come tutta quella che a lui è seguita, dice qualcosa dell'uomo inteso in quel senso lì, dice qualcosa di tutti, racconta l'eroe che noi tutti siamo, non solo Napoleone, racconta la tragedia che noi siamo, tutti, e la fantastica forza che siamo, tutti, non pensate che non vi riguardi, lo scorbutico genio aveva in mente anche voi, nel suo mirino c'erano Bobbio e Taricone, simultaneamente, che ambizione, eh?, non si è più capaci di pensare così in grande, quella sì era una sfida, che sfida, che spettacolo. Da prima pagina.
Poi ci sono altre ragioni, interessanti anche quelle: Abbado, i Berliner, Brendel, Argerich. Anche quella è una cosa che vale la pena di essere raccontata. Il prossimo articolo, però.
(Dimenticavo: sapete un cosa che mi piace di Beethoven? A scuola era un disastro. Da bambino, a scuola, non c'era verso di fargli imparare niente. Soprattutto con l'aritmetica: negato cronico. Volete proprio saperla tutta? Per tutta la vita Beethoven non riuscì ad andare al di là dell'addizione. Voglio dire, la moltiplicazione, la divisione: non le sapeva fare. Fuori dalla sua portata. Non è grande? Non è una cosa che se ci pensi ti raddrizza la giornata? Ammesso che tu abbia giornate da raddrizzare, of course.

La Repubblica, 13 febbraio

Un Abbado entusiasmante
Dalla tecnica con la fantasia nasce l?emozione

MICHELANGELO ZURLETTI

Giunti a metà del percorso beethoveniano di Claudio Abbado e dei Berliner possiamo raccontare alcune impressioni. Mancano i pezzi grossi della Quinta, della Nona e del Quinto Concerto, ma già abbiamo avuto sufficienti informazioni sul modo di proporre Beethoven di Abbado. Diciamo pure che è un modo entusiasmante, anche se è sempre difficile, in questi casi, spiegare perché. Difficile perché dopo aver ricordato alcuni elementi facilmente accertabili, come la precisione tecnica assoluta, la qualità straordinaria del suono scuro, caldo, avvolgente, balza fuori la difficoltà di spiegare con un linguaggio quello che si realizza con un altro linguaggio.
Diciamo allora che Abbado dà esecuzioni insieme analitiche e fantasiose. Non c'è contraddizione tra i due esiti ma è difficile trovarli insieme. Conosciamo esecuzioni che per essere troppo analitiche diventano noiose e altre che per essere troppo fantasiose risultano arbitrarie. Senza trascurare il peso che ha nella memoria l'esecuzione dei grandi direttori beethoveniani delle generazioni precedenti: Furtwaengler prima di tutti, e poi Walter, Klemperer, Jochum, Karajan. Non possiamo scrollarci di dosso certi ricordi. Ma ecco che, proprio tenendo il ricordo ben vivo, nell'esecuzione odierna a Santa Cecilia troviamo una cosa, un particolare che emerge e disturba il nostro ricordo. Poi vediamo che quella cosa si collega a un'altra piccola cosa, un altro piccolo particolare, e questa a un'altra e alla fine ci troviamo con un materiale ben delineato e lo riconosciamo: è quello; ma intanto abbiamo assistito tassello per tassello alla sua costruzione. Questo è l'esito analitico. Ma il bello è che quell'analisi non si realizza scomponendo i tasselli ma mentre uno si connette all'altro. E questa è la fantasia dell'esecuzione. Quando poi s'insinua anche una dimensione espressiva particolarmente felice (la coda del movimento lento del Secondo Concerto: pianista Martha Argerich) o una tensione particolarmente febbrile (finale della Settima, finale dell'Ottava), ci arrivano autentiche emozioni. La forma che si crea e si fa musica.
Certo solo con una grandissima orchestra si può aggiungere alle qualità della concertazione un esito interpretativo in più. Tutte le orchestre devono essere precise e suonare insieme. I Berliner sono qualcosa di più, sono precisi e insieme nel suono. L'itinerario è difficile. Anziché risolvere prima i problemi tecnici e poi affrontare la musica, questi partono dalla musica e poi applicano la loro straordinaria tecnica a questa. E partire dalla musica vuol dire capire il senso di una frase: ossia il peso, il colore, l'arco narrativo, la tensione che il direttore esige, ossia sapere dove si vuole andare, e quindi andarci. Meravigliosi.
Sui pianisti avremo occasione di tornare. Per ora possiamo dire un monte di bene sulla prestazione della Argerich e di Kissin (esecutore di un Terzo Concerto rovesciato dalla consueta pulsazione tragica in racconto intimistico). Peccato solo che Kissin, a differenza di Brendel e della Argerich che non hanno concesso bis, si sia lasciato andare a una folle esecuzione del Rondò a capriccio ("Per un soldino perduto" op. 129) che non solo è brutto ma che nell'esecuzione azzera l'intelligente approccio del Concerto in do minore.